Santo Stefano Belbo: in ricordo di Cesare Pavese

A settant’anni esatti dalla scomparsa dello scrittore Cesare Pavese, concludiamo il nostro viaggio estivo nei luoghi della letteratura italiana parlando di Santo Stefano Belbo, suo paese di nascita e dove trascorse molto tempo della sua giovinezza, che ha dato i natali anche al pilota automobilistico Rinaldo Capello, detto “Dindo”.

 

Situato sulle rive del torrente Belbo, affluente del fiume Tanaro, conta circa 4000 abitanti e fa parte della provincia di Cuneo e dell’Unione Montana Alta Langa. Dal 1° gennaio 2019 ha incorporato il comune limitrofo di Camo. La maggior parte delle attività economiche del paese è incentrata sulle produzioni vitivinicole; Santo Stefano Belbo detiene il primato mondiale per la costruzione di macchine per il lavaggio e l'asciugatura di bottiglie piene e per le macchine per l'irrorazione del solfato di rame.

 

La nascita del centro abitato di Santo Stefano Belbo è riconducibile dopo l’anno 1000, anche se si hanno notizie certe nella zona di un insediamento risalente all’epoca romana, quando fu costruito un posto militare fortificato lungo la strada che collegava Asti e Alba con la Riviera di Ponente. Informazioni più esatte sulla costruzione del borgo ci giungono in epoca medievale, durante la quale venne costruito un castello (castrum) sulla collina di Santa Libera, del quale rimangono alcuni ruderi, e il convento benedettino di San Gaudenzio, edificato forse sui resti di un antico tempio dedicato a Giove. In quel periodo i monaci benedettini introdussero la coltivazione della vite nelle terre circostanti, offrendo anche ospitalità ai pellegrini. In un diploma dell’imperatore Ottone III, datato 1001, si riscontra che venne ceduta la terza parte di questo feudo al marchese Olderico Manfredo e poi compreso nel marchesato di Busca. Questi signori lo sottomisero, nel 1229, al comune d’Asti, infeudandolo poi ai Revello, che però ne furono spogliati nel 1280 dagli Astigiani stessi, accusandoli di aver creato un’alleanza col loro nemico Carlo d’Angiò; da allora il borgo venne affidato ai Bertrandi di Saluzzo, dopo ai marchesi di Monferrato, poi come contado ai Beccaria Grattarola Incisa e marchesato dei Corti di Pavia. La presenza religiosa a Santo Stefano Belbo era molto forte e vi operarono sia i frati Francescani scalzi che i Cistercensi. Le rovine del castello di epoca medievale testimoniano la sua demolizione da parte degli Spagnoli e degli Austriaci, che ne contesero il dominio nel XVII secolo.

 

Il paese è la meta ideale per gli amanti del trekking. Infatti, dal centro storico si diramano tre sentieri pavesiani che fanno godere di un meraviglioso paesaggio verde: la collina della Gaminella, la collina del Salto e la collina dei mari del Sud. La visita Il borgo è attraversato dalla Via Comunis, principale strada del 1300 che mantiene ancora la pavimentazione ben lastricata originale. È collegata a Piazza Umberto I da un’ampia scalinata, circondata da un labirinto di graziose viuzze ciottolate. Un luogo imperdibile è sicuramente l’Antica Chiesa parrocchiale dei Santi Giacomo e Cristoforo, risalente ai XIV secolo. Più volte distrutta, spogliata e restaurata, è oggi parte della sede del Centro Studi Cesare Pavese, uno spazio riservato a conferenze, mostre e convegni. Nei primi piani della struttura si trovano la biblioteca per ragazzi e quella per adulti. Sono presenti alcune sale lettura e audiovisivi per consultare l’opera del celebre scrittore, mentre al terzo piano è visibile una mostra permanente di oggetti, documenti e manoscritti appartenuti a Pavese.

 

In cima alla collina di Moncucco si trova il bellissimo Santuario della Madonna della Neve. Il santuario nasce nei primi anni del Settecento e sarebbe sorto in seguito a una straordinaria nevicata. La prima attestazione scritta risale al 1728. La chiesa è a pianta rettangolare, in mattoni. All’interno, dietro l’altare in legno e sovrastante il tabernacolo, vi è la nicchia della Madonna della Neve. In questo luogo, il 4 agosto di ogni anno si tiene una manifestazione molto suggestiva; da qui, infatti, parte il segnale per l'accensione dei falò che illuminano il paesaggio collinare.

 

Nel corso della sua vita, Pavese continuerà ad avere con Santo Stefano Belbo un rapporto di confronto, in una sorta di amore e odio, di differenza e di uguaglianza. Vogliamo concludere questa nostro post citando le sue stesse parole, tratte da La luna e i falò, che ci sembrano la chiusa perfetta per questa nostra rubrica che ci ha accompagnato in questi caldi e “strani” mesi:

 

 

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli,

sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

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