Arquà Petrarca: l'ultima tappa del sommo poeta

«Se solo potessi mostrarti il secondo Elicona che per te e le Muse ho allestito sui Colli Euganei, penso proprio che di lì non vorresti mai più andartene»: queste le parole di Francesco Petrarca tratte dalle sue epistole per descrivere la sua amata Arquà, incantevole borgo medievale di quasi 1.900 abitanti in provincia di Padova, sulle pendici dei Colli Euganei, che fa parte del club de “I borghi più belli d’Italia” e che nel 2017 ha guadagnato il 2° posto nel concorso indetto dalla trasmissione di Rai3 Kilimangiaro per eleggere il “Borgo dei borghi”.

 

La vita del sommo poeta, nato ad Arezzo e vissuto in varie parti d’Italia e Francia, si intrecciò con Arquà nel 1369, quando Francesco il Vecchio, signore di Padova, gli donò un appezzamento di terreno proprio nella piccola località euganea (nel 1365 Petrarca era divenuto canonico presso la collegiata della vicina Monselice). Nel terreno ricevuto era presente una casetta, il cui stato malandato gli impedì di abitarla prima del marzo 1370, al termine di una ristrutturazione per il rifacimento e l’ingrandimento dei locali che seguì lui stesso. Grazie a un documento dell’epoca conservato nel Museo Civico di Padova, sappiamo come i suoi occhi vedevano lo scenario che lo circondava:

 

Vasti boschi di castagni, noci faggi, frassini, roveri coprivano i pendii di Arquà, ma erano soprattutto la vite, l’olivo e il mandorlo che contribuivano a creare il suggestivo e tipico paesaggio arquatense.

 

Da quel momento, Petrarca visse assistito dalla figlia Francesca tra Padova e Arquà fino alla morte, avvenuta la notte tra il 18 e il 19 luglio 1374; si narra che spirò mentre stava leggendo un testo di Virgilio, seduto alla scrivania. Le sue volontà furono di essere seppellito nella chiesa parrocchiale, ma sei anni dopo la sua salma fu spostata nell’arca, ancora visibile sul sagrato della Pieve di Santa Maria Assunta ad Arquà, fatta costruire da Francescuolo da Brossano, marito di sua figlia.

 

Il nome del paese deriva dal latino Arquatum o Arquata, poi modificato in Arquada e Arqua; dopo l’annessione del Veneto al Regno d’Italia, nel 1868 il nome venne mutato in Arquà Petrarca in onore del poeta. Le origini di Arquà sono antichissime. Alla fine del 1800, sulle rive del Lago della Costa, dal 2011 nella lista dei luoghi Patrimonio dell’Umanità Unesco, venne scoperto un grande villaggio su palafitta risalente al 2200 a.C. circa (siamo nell’Età del Bronzo). Un tempo soprannominato “il lago delle sette fontane” per la presenza di numerose fonti salate e solforose sia fredde che calde, questo luogo è legato a una curiosità letteraria. Infatti, è stato interpretato che un episodio delle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo sia ambientato proprio qui, dato che viene descritta una passeggiata di Jacopo e Teresa «lungo la riva del fiumicello sino al lago de’ cinque fonti». Il testo prosegue:

 

Oh! diss’ella con quel dolce entusiasmo tutto suo, credi che tu che il Petrarca non abbia anch’egli visitato sovente queste solitudini sospirando fra le ombre pacifiche della notte la sua perduta amica? Quando leggo i suoi versi io me lo dipingo qui — malinconico — errante — appoggiato al tronco di un albero, pascersi de’ suoi mesti pensieri, e volgersi al cielo cercando con gli occhi lagrimosi la beltà immortale di Laura.

 

Dopo essere stata abitata dalle antiche popolazioni venete, Arquà fu dominata dai Romani dall’epoca dell’Imperatore Augusto, come dimostrano i cospicui reperti archeologici rinvenuti in zona (monumenti funerari, monete e condutture idriche). In un documento datato 985 d.C. si testimonia la presenza di un castello su un’altura abitato da Rodolfo Normanno, vassallo del Marchese d’Este; qui si può collocare il primordiale nucleo medievale da cui si espanse in seguito il borgo. Nel III secolo, il paesino divenne feudo dei Marchesi d’Este, per poi entrare nella giurisdizione di Padova nel 1213 ed essere promossa al rango di vicaria, ai tempi di Petrarca, dalla signoria Carrarese. Nel periodo della dominazione della Serenissima, Arquà mantenne la vasta giurisdizione vicariale che comprendeva molti centri dell’area euganea. La fama petrarchesca spinse diverse famiglie aristocratiche padovane e veneziane a costruire qui le loro autorevoli dimore, assumendo l’assetto urbanistico che tutt’ora conserva. Con il declino della Repubblica Veneta, però, Arquà perse importanza, fino a quando il Veneto venne annesso all’Italia nel 1866.

 

L’attrazione principale del paese è, naturalmente, la Casa di Francesco Petrarca, inserita nell’imperdibile percorso del Parco letterario dei Colli Euganei dove è possibile seguire itinerari, percorrere sentieri, visitare castelli, passeggiare tra ville e parchi resi celebri dai tanti scrittori provenienti da tutta Europa che hanno frequentato questi luoghi, affascinati dalla moda del “petrarchismo” diffusa all’inizio Cinquecento grazie all’opera di Pietro Bembo, secondo il quale Petrarca incarnava la perfezione della poesia italiana. Ma Arquà è molto altro.

 

Lungo le rampe che portano dalla parte bassa del paese al borgo alto, si possono scorgere case in pietra, vecchi lavatoi e abbeveratoi, subito prima della fontana chiamata “del Petrarca” (perché qui il poeta vi veniva ad attingere l’acqua), arrivando al sagrato della sopracitata chiesa di Santa Maria Assunta. Già presente dal 1026, all’interno sono presenti affreschi di scuola veneto-bizantina, un polittico trecentesco e una pala di Palma il Giovane. In Piazza Petrarca si trova il prestigioso Palazzo Contarini, in stile gotico veneziano. Percorrendo tutta Via Roma, costellata di deliziose casette medievali, si può ammirare il bellissimo Oratorio della Santissima Trinità con la Loggia dei Vicari, che per secoli fu la sede dell’amministrazione locale presieduta dal funzionario alle dipendenze dei signori di Padova. La Loggia è stata successivamente dotata di una copertura in rame sostenuta da capriate di vetro che creano giochi di luce suggestivi con il riflesso dei raggi solari.

 

In giro per il borgo di Arquà Petrarca, infine, sono collocati molti negozietti di artigianato e prodotti tipici, tra cui il famoso liquore "Brodo di giuggiole" o altri liquori a base di erbe. Una meta da aggiungere assolutamente al nostro diario di viaggio in giro per le bellezze "letterarie" italiane!

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